Le Storie del Bunin - Ij Stòri 'd barbä Bonìn

esperimenti di scrittura creativa

venerdì 30 dicembre 2016

Fomän, fomän, gh’è scià ‘l mägnän

Fomän, fomän, gh’è scià ‘l mägnän
Gli antichi mestieri degli ambulanti
“Dòni, dòni, l’è chi ‘l magnano,
che’l gh’ha veuja de lavoràa
E se gh’ij denter cà argòss de fàa giustàa,
tosann l’è scià ‘l magnan che’l gh’ha veuja de lavoràa”
Sono i primi versi di una nota canzoncina popolare, diffusa in tutto il territorio lombardo e piemontese, che abbiamo sentito chissà quante volte, eseguita in mille versioni diverse. Ma soprattutto sono ‘il gancio’, l’appiglio a cui la memoria si aggrappa per raccontare una delle tante, piccole storie che da tempo frullano nel cervello.
Sono nato e cresciuto a Montebuglio – l’antica Buglio, comune autonomo fino alla metà del XIX secolo, ora frazione di Casale Corte Cerro – e questi ricordi risalgono ai primi anni ’60, in un paesino di circa trecento anime, con le strade completamente acciottolate e lo ‘stradone’ carrozzabile, verso il capoluogo e il limitrofo territorio omegnese, pavimentato a ghiaia.
Non era raro, in quei tempi, sentir risuonare tra i vicoli i richiami di strani personaggi che arrivavano da lontano a offrire i loro servigi e le loro merci, a movimentare la vita sonnacchiosa del borgo risvegliando la curiosità delle comari e lo stupore di noi bambini, che accorrevamo sulla piazzetta a rimirare l’insolito spettacolo.
Ed eccolo lì, lo strano personaggio. Una volta al mese era il lusciàt, l’ombrellaio proveniente da Sovazza, che installato sugli scalini esterni della bottega di alimentari e generi vari estraeva dalla barsèla, la cassetta a spallacci tipica del suo lavoro, gli attrezzi del mestiere – pinze, cacciaviti, ago e filo – e metteva mano ai parapioggia raccolti durante il primo giro, al grido di “Ombrellaio, l’è scià l’ombrélé. Dòni, gh’è ‘l lusciàt!”, sostituendo le stecche rotte e ricucendo i teli. Altre volte era invece il molitä – l’arrotino – a piazzare la sua macchina a pedali sotto il portico della chiesa per estrarre una pioggia di scintille luminose da ogni lama che passava e ripassava sulla pietra rotante.
Il materassaio invece veniva direttamente in casa, su richiesta. Montava il suo curioso macchinario nei cortili, scuciva e sventrava i materassi imbottiti di lana facendo passare quest’ultima tra le ganasce dentate in modo da cardarla e renderla nuovamente soffice e vaporosa. Poi la reinfilava nei sacchi di tela marroncina, a righe bianche, e collocatili su due cavalletti li ricuciva con mosse rapide e precise, utilizzando lo spago di canapa e una serie di aghi di dimensioni mostruose. Strumenti di tortura, nella mia immaginazione, dal momento in cui mia nonna, per tenermi buono, mi disse: “Se non fai il bravo me ne faccio dare uno e lo uso per punzecchiarti il…” Ci siamo capiti, no?
Ma il più misterioso e terrificante era lui, ël mägnän, il calderaio. Facemmo la sua conoscenza una mattina d’autunno quando, usciti per recarci a scuola, trovammo la piazza della chiesa quasi completamente occupata da una specie di tepee indiano, una di quelle tende che avevamo cominciato a conoscere dai filmetti western trasmessi dall’unico apparecchio televisivo presente in paese, al circolo operaio, dove ogni pomeriggio, alle 17 e trenta ci veniva concesso di vedere la ‘Tivù dei ragazzi’. Sotto quei teli si scorgeva il bagliore del fuoco e, sbirciando dall’apertura d’ingresso, vedemmo un omone accovacciato che rigirava sulle fiamme una pentola da cui saliva un fumo verdastro e dall’odore pungente. Sentendosi osservato sollevò il capo e ci fissò con due occhi che a noi ragazzini parvero tizzoni ardenti, poi esplose in un “Buh!” talmente sonoro che fuggimmo a gambe levate, inseguiti dallo scroscio della sua risata divertita. Nel pomeriggio tornammo cautamente a spiarlo; lui sorrise, ci chiamò vicini e si mise a raccontarci del suo lavoro, dei suoi viaggi e delle tante cose curiose che girando il mondo aveva imparato, rivelandosi una delle persone più piacevoli e divertenti che avessimo mai conosciuto. A dispetto di madri e nonne che ci raccomandavano di starne lontani, perché “Dë col lì gh’è miä dä fidàas!
Tra i commercianti la figura più singolare era quella della Lindä däl fägòt, un donnone – ai miei occhi molto anziana – che viaggiava a piedi portandosi a tracolla un involto colmo di capi di biancheria che andava offendo di porta in porta, sempre ben accolta dalle massaie che la aspettavano con impazienza, segno sicuro dell’ottima qualità della sua merce, robä bonä ch’lä costä pòch. Suo diretto concorrente era l’Omin däl martis, tipo molto più al passo con i tempi, visto che arrivava alla guida di un vecchio e scassato furgoncino 850 Fiat dal quale estraeva telerie, biancheria e capi d’abbigliamento vari con i quali imbandiva un vero e proprio banchetto sugli scalini esterni del circolo. E qui prendeva immediatamente corpo il proverbio secondo cui ‘Tri fomän e on cò d’aj e ‘l mërcà l’è bèli fàai’…
Un’altra donna arrivava da Sovazza a vendere miele e burro, portandosi quest’ultimo dentro un secchio colmo d’acqua per mantenerlo al fresco.
E ancora i fruttivendoli, ij vërduré, che parcheggiavano i loro furgoni e poi giravano per i ripidi vicoli suonando una caratteristica trombetta per segnalare il loro arrivo. Era festa quando, ogni tanto, decidevano di passar quel compito a noi monelli, ricompensandoci poi con un’arancia – on portigàl – e una manciata di spägnolët.
Da ultimo, come scordare il mitico Tognìn dij gelati, con il suo Ape Car attrezzato a frigorifero in cui trovavano posto i contenitori con la magica mäntècä nei quattro gusti base: crema, cioccolata, fragola e limone; trenta lire il cono con una pallina, cinquanta per due. E una omaggio per chi si aggiudicava il campanellino con cui dare l’avviso del suo arrivo. Una pacchia…
Chiudiamo in gloria: quando alzavo troppo la voce per farmi dare retta dagli adulti, la solita nonna mi redarguiva: “Quä ti vosät? Ti mä smëiät on cätälän” senza mai spiegare chi fosse la persona nominata. Crescendo con i romanzi di Salgari ero arrivato alla convinzione che si trattasse di un abitante della Catalogna, uno di quei personaggi finiti chissà come nel mar dei Caraibi a fare il filibustiere. La leggenda dello spagnolo urlante… Sino a che, anni dopo, non mi tornò alla memoria il richiamo del Pèp dij Strèsc:Strascée! Fomän, gh’è ‘l cätä län” Lo straccivendolo, accidenti!
Massimo M. Bonini – barbä Bonìn

Nota linguistica.
I testi dialettali sono trascritti secondo le regole fonetiche stabilite dalla Consulta Regionale per la Lingua Piemontese, adattate alle varianti del Verbano Cusio Ossola e Alto Novarese dall’associazione Compagnia dij Pastor di Omegna. Per maggiori informazioni in merito a questi aspetti è possibile consultare il sito internet compagniadijpastor.blogspot.it

Novembre 2016

per Alpe Nostra, notiziario del C.A.I. sezione di Omegna

mercoledì 5 marzo 2014

Libro vs. ebook










5 marzo 2014

Leggo libri da quando ho appreso l’arte della lettura – a sei anni circa, come quasi tutti. Nella mia vita ho letto libri – e riviste, e giornali e testi vari - di ogni tipo. Ne ho letti a migliaia e per la maggior parte li ho acquistati, perché il possesso dell’oggetto, la possibilità di sfogliarlo, toccarlo, annusarlo è una dei migliori stimoli per la felicità. La mia casa ne è piena, in ogni angolo, tanto che temo di doverne prima o poi uscire per lasciar loro lo spazio necessario.
Poi sono arrivati gli ebook. Li ho scoperti alcuni anni fa navigando nel web. Ho scoperto il Progetto Manuzio, con la sua immensa biblioteca di classici messi a disposizione gratuitamente e via via tanti altri siti da cui scaricare libri di ogni genere con pochi click. Ho scoperto l’ebbrezza di venire a conoscenza di una certa opera e poterla avere a disposizione subito dopo, oltretutto a prezzi generalmente molto inferiori all’edizione cartacea, cosa che per un ‘drogato dalla carta stampata’ quale sono non è di poco conto.
Con l’acquisto di un tablet ho potuto cominciare a godere la gioia di portarmi dovunque tutti i libri che mi interessano, di poter saltare dalla lettura di uno alla consultazione dell’altro senza caricarmi di svariati chilogrammi di carta. Con uno smartphone ho sempre in tasca il ‘qualcosa da leggere’ che mi permette di superare indenne i momenti di coda agli sportelli postali, dal medico e in stazione.
Ma la carta… E, si, la carta è un’altra cosa!
E allora qual è il modo migliore per leggere? Entrambe e nessuno dei due, l’uno o l’altro, secondo la disponibilità di tempo e di spazio, secondo l’umore del momento e le diverse possibilità di reperimento.
Ormai acquisto le novità editoriali quasi solo in formato elettronico, sempre che vengano realizzate, e il resto, in particolare le opere ‘locali’ su carta. E per ora sono contento così.

lunedì 30 marzo 2009

ICARO E BABELE

Il vecchio e il giovane camminavano adagio lungo la vecchia pista. Salivano a stento, senza fretta, fermandosi spesso ad ammirare il paesaggio.
Era mattina, una luminosa mattina di settembre, piena di promesse e di presagi; promesse di frutti maturi, di raccolti, di feste, presagi di fredde tramontane e neve e gelo… Spirava una brezza sottile che cavava da rami e dai tronchi e dalle rocce una musica incantata, una sinfonia dolce e solenne che si perdeva lontano, mentre i folletti dell’aria e gli gnomi della terra esponevano a fiera i loro tesori, inestimabili, imprendibili: perle di rugiada trasparente, argentei fili di ragno, aurei raggi filtranti.
Il sole era già alto quando giunsero ad una svolta del sentiero da cui lo sguardo poteva spaziare lontano. Sotto di loro il vasto pianoro ancora verdeggiante occhieggiava tra la foschia sottile, andando a morire nel lago, laggiù. Veniva di lontano un biancheggiare misterioso e i bagliori dei ghiacciai foravano la volta serena salendo su, verso spazi infiniti.
- Nonno, c’è una cosa che ancora non conosco. Qual è il nome della pianura, laggiù?
- Te lo dirò, ma ne sarai sorpreso perché questo piano tra i monti porta esso pure il nome di una montagna.
- Non capisco. Come può essere?
- Ascolta. E’ una storia molto vecchia, che mio nonno mi raccontò un giorno come io la racconto ora a te.
Parlo di tempi assai remoti, quando ancora vivevano sulla terra esseri di stirpe divina.
Laggiù, dove vedi quei massi, si alzava una piccola montagna rocciosa, sola, staccata da tutti gli altri monti; ai suoi piedi c’era un piccolo lago e sopra di essa un villaggio di quegli esseri che popolavano tutto il mondo conosciuto. Furono loro ad aprire nei fianchi di quel monte larghe ferite per estrarne un materiale che dovevano ritenere assai prezioso.
Tutto ciò durò molti e molti anni e alla fine non rimase che una grande colonna rocciosa sopra la quale ancora si elevava il villaggio, con i due templi dedicati agli Dei loro padri. L’unico mezzo per uscire dal villaggio era una spirale di stretti gradini tutt’intorno al monolite, ma con il passare del tempo si andavano via via consumando, senza che vi fosse possibilità alcuna di ripararli. Quegli strani esseri, comunque non se ne davano pensiero alcuno e continuavano ad andare su e giù con grandissima agilità.
Erano rimasti gli ultimi rappresentanti della loro razza, tutti gli altri essendo scomparsi in seguito a lotte ciclopiche e fratricide e a grandi catastrofi senza nome.
Un giorno la scala a chiocciola scomparve completamente, ma quelli non se ne preoccuparono più di tanto e continuarono il loro andirivieni senza sosta, su e giù, su e giù… Avevano imparato a volare! Avevano imparato così bene che pareva non facessero altro dall’inizio del mondo. Ma questa fu a loro condanna, perché un giorno il loro orgoglio non ebbe più limiti e vollero raggiungere il cielo. Di fronte a tanta superbia il Signore di tutte le cose s’infuriò terribilmente e scagliò la sua folgore sull’empio villaggio; la terra tremò, il monte si frantumò in mille pezzi che volarono in alto per poi ricadere e riempire il laghetto sottostante e il genio del male, riunite le anime di quegli empii in un grande fuso d’argento, le portò con sé, tra fumo e bagliori di fiamma, negli spazi infiniti, residenza degli spiriti trapassati.
- Nonno, dimmi ancora una cosa. Quegli esseri di cui parli sono gli stessi con cui un tempo vivevano i nostri antenati?

Il sole era alto, ormai; la nebbia si dissolveva e le perle di rugiada rimpicciolivano a vista d’occhio, andando a rifugiarsi nell’impalpabile elemento. Il bagliore dei ghiacciai si faceva sempre più intenso e pareva di udire tutt’intorno il fluire lento e implacabile del tempo.

- Si, figlio mio, loro: gli uomini, che si dicevano figli del Signore di tutte le cose.

Ciò detto presero a scendere, il cucciolo sostenendo il vegliardo che trotterellava sulle zampe malferme, sino a raggiungere il grande e rumoroso accampamento, al limitare della pianura di Mont’Orfano.

scritto: Settembre 1978

CAPODANNO


Corno Grande di Cavento, 31 Dicembre 1916

Lisa, mia cara
finalmente, dopo tanto tempo, trovo il coraggio di prendere la penna e scriverti queste poche righe.
Fa freddo, quassù, tira un vento gelido che ti passa da parte a parte e la mia mantellina è tutta a brandelli. Però non nevica più, è tornato il sereno e le stelle brillano come i lumi di un presepe. La battaglia è terminata, anche i cecchini non sparano più; i soldati si sono salutati attraverso i reticolati, strana solidarietà di uomini che sino a poco prima avevano tirato gli uni contro gli altri. Anzi, subito dopo il cambio della guardia si è udita chiarissima la voce che augurava: “Bon anno, Italiani!”
- Che sia un anno di pace – ha risposto il capitano Mora.
Lui! che quasi non aveva più voce per tutti gli insulti urlati all’indirizzo dei mitraglieri ungheresi che gli avevano decimato la compagnia, proprio quando erano a pochi metri dal nido, dopo ore di arrampicata su per la parete ghiacciata.
Ma perché sto a raccontarti tutte queste cose, che a te non possono certo interessare?
I miei alpini sono tutti giù, nel rifugio, hanno trovato pane, formaggio e vino e anche una botticina di grappa.
- Scior tenent – mi hanno detto – anca se’l gh’è la goèra, a vòrom finìi l’an come sempar.
Ne ho dislocati di sentinella il minimo indispensabile, ma anche a chi resta fuori non mancherà certo la sua parte. De Giuli., che avrebbe dovuto stare quassù, attento a questa mitragliatrice che mi fa da scrittoio, l’ho spedito via con la mia fiaschetta di cognac; è orribile questo liquore ministeriale; non riesco proprio a mandarlo giù.
Ecco, sta spuntando la luna. E’ fantastico come questi ghiacciai, con tutti i loro speroni sporgenti, cimitero di tanti dei nostri, assumano nelle notti di luna - notti come questa, quando tutto è silenzio e si ode soltanto il richiamo delle vedette e il canto sommesso dei nemici nelle loro trincee – un aspetto fantastico, quasi fiabesco. Ci si aspetterebbe di scorgere la fata Confetto che passa danzando tra i reticolati.
Ti ricordi, Lisa quando insieme andavamo a balletto… in sogno? Quando io, povero studente squattrinato, sperduto nella città, io che vi ero piovuto dal mio paesello, ti portavo con la fantasia a teatro Regio, al bar tabarin, alle feste della società elegante? E sognavamo di essere noi pure ricchi e famosi, oppure misteriosi vendicatori piovuti da chissà dove, come Dantès redivivi, per raddrizzare torti e portare giustizia.
Ti ricordi, Lisa quei giorni che credevamo felici, quando ci pareva di essere davvero importanti, quando ci davamo tanta pena per faccende futili? Ma noi non lo sapevamo, e in questo stava la nostra felicità.

E’ il secondo cambio della guardia, ma qui non verrà nessuno.
- Lassù c’è il tenete, veglierà per tuta la notte. Finché c’è lui, da quel lato siamo al sicuro.

Così, Lisa, come sempre. Ci si ricorda di noi nel momento del pericolo, nel momento del bisogno, per poi dimenticarci, chissà se intenzionalmente, nell’ora del divertimento. Come al tempo degli scioperi, i giorni tristi delle sparatorie e egli arresti, quando farsi trovare nella mia cameretta era molto più pericoloso che rimanere a tramare nell’ombre, ai tavoli dei caffé di via Po, quando due volte la settimana la Benemerita Arma mandava i suoi rappresentanti. Ricordi? Tu preparavi il the per il maresciallo Polenghi, che nonostante tutto il suo zelo non riuscì mai a trovare le sue “pubblicazioni sovversive”, tanto bene riuscivamo a nasconderle in quei pochi metri di spazio.
Che feste, quelle sere! Che brindisi, con vino da due soldi, e le risate, le beffe, le pacche sulle spalle. Ricordi quegli operai che ci chiamavano tutti “compagni”, le loro espressioni giuliva nell’apprendere che le lettere di X… avevano varcato il confine e stavano nelle mie tasche?
Ma tutto finiva lì e la sera seguente, mentre gli amici si divertivano nuovamente con il principe Danilov, noi restavamo ancora una volta soli, tropo orgogliosi della nostra povertà per chiedere qualcosa a chicchessia. Restavamo a passeggiare malinconicamente per i viali del Valentino, ad arrampicarci sino alla vetta dei Cappuccini, componendo versi alla luna per dimenticare la tristezza. Eppure questa è la nostra vita, qui, tra questi ghiacciai come laggiù in città, sempre e dovunque…


Si sente un grido, ogni tanto, laggiù, verso la parete. Qualcuno dei “cadaveri” si è risvegliato, ma diviene sempre più fioco. Non riesco a togliermi dagli occhi l’immagine degli alpini della quarantesima lanciarsi come folli, all’arma bianca contro le mitragliatrici; mi risuonano ancora negli orecchi le bestemmie di Mora. E noi immobili, bloccati oltre il canalone, senza poter fare niente. E domani un’altra compagnia andrà avanti, e un’altra e un’altra ancora, fino a che gli ungheresi avranno polvere e piombo.

Sai, è di questo che ti volevo parlare, quando ho trovato in tasca un pezzetto di lapis… Ti volevo parlare di noi due, di questa vita che alcune volte ci è parsa troppo bella e altre tanto amara. Ma ora che ci sono arrivato, le parole non vogliono venire fuori, o forse non possono perché non ci sono, chissà?..
Ma non importa, Lisa, se le parole giuste non le trovo, non importa se siamo soli quassù a vegliare, perché così deve essere. Non importa se ci dimenticano nell’ora del giubilo e dell’allegria, perché allora saremmo di troppo, perché nostro compito è quello di lottare e soffrire in silenzio, non di sperare e divertirci. Non importa se in prima linea ci mandano solo nell’ora della morte, perché soltanto così questa vita è degna di essere vissuta.
E non importa neppure se tu, a cui parlo da tanto tempo, non sei che un frutto della mia fantasia malata, perché con te, con te soltanto ho passato le ore più belle di questa mia vita.

Sottotenente Massimiliano Bertenghi
anni 24
caduto nell’eroico adempimento del proprio dovere
Corno Grande di Cavento – ghiacciaio dell’Adamello
1° Gennaio 1917

Alle sei del mattino si udirono una breve raffica e due esplosioni.
Era andato solo, con due bombe a mano, a vendicare i caduti della quarantesima compagnia.
scritto: 31 Dicembre 1978

LUCI DI NATALE

- Treno locale per D. in partenza dal binario sei. Locale per D. parte dal sesto binario. Ferma in tutte le stazioni. Affrettarsi per la coincidenza.
Un’ultima corsa, sfiatato e lo sportello gli si chiuse alle spalle con uno scatto secco, contemporaneo al fischio del capo stazione, si partiva subito, in orario una volta tanto. Poca gente quel giorno, compartimenti vuoti; strano in una data simile. Una delle carrozze era una “prima” declassata per metà, trovò facilmente un posto vuoto, comodo e caldo. Si sedette e ancora gli venne da pensare:
- Strano, un giorno come questo!
Un giorno come questo: ventitrè dicembre, antivigilia di Natale. Gli era andata bene, lo sciopero degli studenti era caduto proprio come il cacio sui maccheroni; chissà per cosa, poi, lo sciopero?.. Aveva potuto fare un salto ai grandi magazzini, in libreria e prendere il primo treno. Allungò le gambe, si accomodò meglio, accese il solito mezzo toscano - così il fumo acre avrebbe tenuto fuori i seccatori – e fumando beato prese ad osservare la campagna. Le risaie, giallastre fuggivano via sotto un cielo plumbeo, mentre cominciavano a cadere le prime gocce di pioggia; poi il torpore lo prese, il sigaro si spense e lui si addormentò, il capo poggiato allo schienale, cullato dall’andare monotono del treno.
Fu risvegliato da un brusco scossone: sbatté gli occhi alcune volte, cercando di ricordare dove fosse, poi con la tendina parasole spannò il vetro del finestrino e guardò fuori. Il tempo era passato in fretta, la pianura era finita, si erano lasciati alle spalle le colline e il lago ed erano già entrati nella valle. Nevicava qui, la prima neve d’inverno dopo un autunno alquanto siccitoso; i gerbidi intorno si andavano già imbiancando. Si sentì subito invadere dalla malinconia che fin dall’adolescenza la neve gli metteva addosso e si ritrovò a canticchiare le prime note di Bianco Natale. Era felice, veramente felice. Finalmente, dopo tanti anni avrebbe avuto un Natale sereno, in una casa tutta sua, con la moglie, i cognati e il nipote, un bambino come non ne aveva mai conosciuti, e per di più con la neve. Se avesse continuato così avrebbe ricoperto il giardino e le rive del fiume, già riccamente arabescate di ghiaccio, e la montagna, trasformando tutto in un paesaggio di favola.

Si erano sposati sul finire dell’estate ed erano venuti ad abitare a D. in una villetta, già fuori dall’abitato, che con un colpo di fortuna erano riusciti ad acquistare l’anno precedente. Situata ai bordi di una strada secondaria, con la montagna e le rive del torrente appena oltre il cancelletto posteriore del giardino, era tal e quale lui l’aveva sognata, ma quando l’avevano presa si trovava in uno stato compassionevole; vi si era dovuto lavorare sodo per più di un anno, ma con l’aiuto di qualche amico l’avevano resa accogliente restaurandola completamente, dalla cantina ai comignoli, anche se ancora i lavori non si potevano dire del tutto ultimati.

Il treno entrò lentamente in stazione, tra lo stridore dei freni e grandi sbuffi di vapore, si arrestò di botto e lui saltò giù allegramente, la borsa a tracolla, e sempre canticchiando andò a recuperare la bicicletta lasciata sotto la tettoia del parcheggio, a lato del piazzale. Le strade erano diventate pericolose, le automobili avevano trasformato la poca neve in una guazza melmosa e infida, che rendeva alquanto precario l’equilibrio del velocipede, ma cuor contento pedalava vigorosamente, pensando intanto ai fatti suoi.
- Ho davanti quindici giorni di vacanza. Potrò leggere qualche libro, ci saranno da curare gli affari del circolo e forse riuscirò ad ultimare le scaffalature e l’impianto elettrico in cantina. Ma soprattutto, se questa nevicata dura, potrò tirar fuori gli sci da fondo e battermi un bell’anello dietro casa, il solito giro della passeggiata: l’argine, il bosco di ontani, il prato dei massi erratici, le ultime falde del castagneto… Si, si. Sarà una cosa veramente eccezionale. Favolosa!.. Si, si.. Dunque, vediamo un po’ di organizzarci. Lei non è a casa, oggi pomeriggio la recita all’asilo, questa sera a cena con le colleghe, arriverà tardi. Speriamo che la casa sia un poco calda e che sia rimasto qualche cosa da mettere sotto i denti…
Così, ragionando e fantasticando era finalmente giunto, non senza essersi esibito in alcune acrobazie per evitare di cader di sella. Entrò, trovò un gradevole calore e, sul tavolo della cucina, un biglietto della moglie. Gli lasciava la lista delle compere e lo informava che per quella notte si sarebbe fermata da un’amica; avrebbe fatto ritorno nel pomeriggio dell’indomani, insieme ai cognati.
- Beh, - pensò – quasi quasi è un bene, così la casa me la preparo da solo.
Era stato sempre un suo pallino quello di passar uno dei pomeriggi di vigilia a predisporre gli addobbi natalizi. A volte rideva di sé stesso, ritenendosi piuttosto infantile, ma poi ogni anno ci ricascava e quella rimaneva nel ricordo come una delle giornate migliori. Quell’anno, con tutti i problemi da risolvere, di cose del genere non avevano neppure parlato, ma lui già da alcuni giorni andava meditando su come preparare alla moglie una sorpresa che sapeva certamente gradita. Così, quell’assenza capitava proprio a fagiolo.
Si mise subito all’opera: un paio di panini in fretta, poi sotto con le pulizie; salotto, ingresso, studiolo; ma i libri li avrebbe spolverati con più cura, uno ad uno, nei giorni seguenti. A metà pomeriggio sospese tutto e uscì a sgombrare la deve davanti alla rimessa, poi tirò fuori l’auto e si recò in centro per le compere, prima quelle del biglietto, gli ultimi regali e infine, ai grandi magazzini, quanto gli serviva per realizzare il suo progetto: statuine, lustrini,palloncini colorati e ammennicoli vari. Tornando verso casa la vecchia utilitaria sembrava la slitta di Babbo Natale. Per strada era pieno di gente che andava e veniva portando pacchi e pacchetti ed involti, bambini, vetrine in cui cominciavano ad accendersi le prime luci, due zampognari…
Quando fu di ritorno calava la sera; la neve aveva ripreso a calare lenta, leggera. Il paesaggio si era fatto fiabesco; si soffermò ad ammirarlo per qualche istante, poi, con un’alzata di spalle, andò a deporre il suo carico natalizio in salotto, preparò la legna e accese il fuoco nel caminetto. Ma c’era qualcosa che lo chiamava, una voce interiore, imperiosa e questa volta non seppe resistere. Calzò gli stivali da cacciatore, prese giaccone e cappellaccio e, uscito dal cancelletto posteriore, imboccò il sentiero del fiume. Scese tra gli ontani fino alla riva, attraversò il ponticello di tronchi e vagò per un po’ nel bosco. Tornando si ritrovò a canticchiare e pregare, mentre lontano risuonavano piano i rintocchi dell’Ave Maria, Questo, infine era il vero Natale.
Rientrò tardi, un salto in cucina e subito s’installò in salotto, con i panini e il bricco del caffé. Sistemò i dischi con i canti natalizi sul piatto dello stereo e iniziò a darsi da fare. Il presepe in un angolo, l’albero in quello opposto, presso il camino, festoni alle pareti, una ghirlanda di agrifoglio sulla porta d’ingresso. Quando smise, l’orologio a cucù suonava le due. Sbatté le palpebre, incredulo, poi spense le luci e andò a letto. Ormai non rimaneva che da sistemare le lampade colorate sull’abete del giardino: un lavoro per il giorno successivo.

Le prese nostalgia quando, scesa in cucina insieme all’amica che l’aveva ospitata, si trovò di fronte l’albero di Natale che la madre di quella aveva appena finito di sistemare.
- Buon giorno. E buon Natale, anche se con un giorno di anticipo. Abbiamo avuto una bella nevicata e penso che prima di sera ne verrà ancora. La signora farebbe bene a tornare a casa in fretta, prima che ricominci. Non so se in questi giorni di festa gli spazzaneve lavoreranno come sempre.
- Devo passare da mia sorella… Vedo che adesso le strade sono pulite.
Parlava distrattamente, e intanto pensava alla casa disadorna e in disordine. Avrebbe dovuto pensarci, alle decorazioni. Sapeva quanto il marito ci tenesse, ma avevano avuto troppe cose da fare, tutti e due, in quei giorni ed se n’erano scordati. Era tardi, adesso, anche lui non avrebbe certo trovato il tempo… ma l’anno prossimo… Certo che in quel modo le feste avrebbero perso una parte della loro poesia…
- Si, questa mattina sono passati presto, era ancora buio. Penso che vogliano finire tutto entro mezzogiorno e che sperino, loro, che non nevichi più. Comunque vada, signora, altrimenti farà tardi anche oggi.
- E’ vero, sì. E’ ora che vada. Arrivederci, e grazie di tutto.
Uscì nel mattino freddo, sotto il cielo cupo, e in auto pensava ancora alla sua casetta.
- Che peccato!.. Mi sarebbe tanto piaciuto. E lui, con tutti i suoi impegni, non ne avrà Certo il tempo…
Poi le visite ai parenti e agli amici, le commissioni, i regali: non ci pensò più. A mezzogiorno arrivava dalla sorella, che le venne ad aprire con il viso imbronciato.
- Mio marito deve lavorare anche di pomeriggio, una cosa urgente. Non potremo partire prima delle sei.
- Accidenti! E la cena?
- Mah, non so. Potresti andare avanti da sola…
- contavo di passare a salutare mamma e papà, con voi. Provo a telefonare… Pronto? Si, sono io – e gli spiegò la situazione.
- Non preoccuparti, avanzo giusto il tempo di fare un salto in rosticceria, verso sera. Provvederò io a tutto; vedrai, non ti farò sfigurare.
- Ma, veramente… Va bene, mi fido. Però non combinare pasticci. E… senti!.. No, no, niente… Ciao.
Ormai era troppo tardi, ma l’anno prossimo ci avrebbe pensato per tempo. Si, si… per tempo!
Il nipote le corse incontro, festoso ed eccitato.
- Zia, zia, ‘stanotte viene Babbo Natale!
- Eh già, piccolo. Questa è la famosa notte.
- Ma, zia, Babbo Natale lo saprà che sarò a casa tua? Perché altrimenti i regali me li lascia qui e io domani non li potrò vedere.
- Oh, stai tranquillo. Tuo zio è un ottimo amico di Papà Natale ed ha già provveduto ad avvisarlo.
- Ah si? E come fa lo zio a conoscerlo?
- Sai, dietro casa nostra c’è un bel prato e ogni anno il buon vecchio lascia lì la sua slitta per poter fare il giro dei comignoli. Una volta lo zio lo ha incontrato e lo ha aiutato a trasportare il sacco di regali, così sono diventati amici e ogni tanto si scrivono.
- E dove abita Babbo Natale?
- Al polo nord. Però d’estate viene a trascorrere le ferie dalle nostre parti, ma senza dirlo a nessuno. Solo mio marito lo sa e a volte va fargli visita alla sua casetta, nel bosco…
Il pomeriggio passò in fretta. Alle sei partirono, con le automobili piene di pacchetti e durante il viaggio lei parlò alla sorella di quello che la tormentava sin dal mattino.
- Che peccato – commentò quella – sarà un po’ triste.
- Ma l’importante è poter mangiare, bere e starsene tranquilli e al caldo – aggiunse il cognato.
- Io voglio il presepe – fece eco il bambino. Ma si distrasse subito, pensando ai doni di Natale.
Arrivarono a notte fatta. La via davanti alla villetta era immersa in un’oscurità caliginosa, riprendeva a nevicare e la nebbia si addensava lentamente. Scendendo dall’auto lei si guardò intorno: le case vicine erano illuminate e allegre, la sua buia, quasi tenebrosa, ma dalla finestra traspariva il bagliore del fuoco nel caminetto e dietro le tende si poteva scorgere un’ombra immobile. Mossero alcuni passi e proprio allora le luci sull’abete si accesero e s’illuminarono le decorazioni sulla porta, e sulle finestre e dentro casa, e poi, meraviglia delle meraviglie, dall’uscio posteriore scappò fuori… Babbo Natale, che arrestandosi per un istante indirizzò loro un saluto con la mano prima di fuggire in direzione del bosco.
Rimasero lì, imbambolati e le loro bocche si aprirono in quattro oh! di una perfezione rara, come quelle degli angeli che da lì a poche ore avrebbero intonato l’Adeste.
Scritto: Novembre 1981

sabato 28 febbraio 2009

PRELUDIO

La pioggia che cade a torrenti e il brontolio sordo del tuono, le nebbie che corono veloci tra gli alti pinnacoli, visibili appena, là dove il fulmine guizza, di tanto in tanto illuminando per un breve istante qui luoghi inaccessibili e contribuisce a dare a quelle colonne forme incredibili, eppure inutili, evanescenti, tra lo scorrere dei bianchi vapori.
Ecco, tutto ciò agisce da filtro, da tampone sullo spirito inquieto e la memoria, cullata dai rombi, si libera e corre lontano, sul filo di antichi ricordi, ad incontre la fantasia. E, datesi la mano, eccole, come sorelle, volare da una folgore all’altra, rincorrersi e giocare a rimpiattino.
Il miracolo si compie ancora una volta. Dai nembi ringhiosi escon fuori personaggi di tempi lontani, apparizioni, fantasmi, amici d’un tempo che mai e poi mai ritornerà.
Scritto: 1975

mercoledì 4 febbraio 2009

Qui incomincia una nuova avventura


Da tempo vado imbrattando fogli e file con racconti (storie) di vario argomento, in italiano e in piemontese.
Ora, seguendo il consiglio di un vecchio amico, inizierò a pubblicarle in questo spazio, a disposizione di chi avesse del tempo da far passare.
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